martedì 24 febbraio 2026
Interview with Simona Andrioletti
Chi é Simona Andrioletti e qual’è il percorso che ti ha presto a diventare artista?
Simona Andrioletti è un’artista visiva. Mi sono formata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e successivamente all’École des Beaux-Arts di Lione. Da dieci anni vivo a Monaco di Baviera, dove mi sono trasferita per studiare all’Akademie der Bildenden Künste e dove ho frequentato le classi di Gregor Schneider e Olaf Nicolai; esperienza che ha influenzato su diversi livelli la mia pratica artistica. La mia ricerca si fonda su un approccio research-based. Attraverso installazioni immersive esploro le dinamiche legate alla violenza sistemica e i meccanismi di difesa psicologica che le persone mettono in atto in seguito a eventi traumatici della loro vita con un’attenzione costante alle minoranze e alle forme di solidarietà attraverso cui le comunità costruiscono reti resilienti. La mia ricerca si concentra in particolare sulla violenza di genere da una prospettiva intersezionale, considerando l’intreccio di identità multiple e i bias strutturali che colpiscono in modo specifico le soggettività marginalizzate, soprattutto all’interno della comunità FLINTA*. Mi interessa aprire il mio lavoro a pratiche collaborative e partecipative, perché desidero che il progetto/l’opera non si limiti alla sola rappresentazione, ma diventi un’esperienza situata capace di costruire comunità, attivare processi trasformativi e generare spazi di possibilità condivisi.
venerdì 23 gennaio 2026
Interview with Gabriele Martini | Risultati_Cittadella
Gabriele Martini, classe 2004, è artista il cui immaginario istintivo e quotidiano trova forma nel progetto Risultati_Cittadella, dove ogni partita diventa disegno e il tempo si misura a colpi di risultati. Di seguito l'intervista.
Chi è Gabriele Martini e qual’è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Gabriele Martini è un ragazzino nato nel febbraio del 2004 a Curio; un piccolo paesino sulle colline al sud delle alpi svizzere. Mi è sempre piaciuto disegnare e mi sento di dire che sono stato facilitato perché ho sempre avuto tutto, veramente ho avuto una fortuna immensa. Già da bimbino potevo uscire da solo. C'era la strada sterrata che portava fino al parco, sotto casa potevo andare a trovare un grande cavallo bianco e un Pony, appena sopra c'erano le mie galline e il bosco, dove andavo a giocare immaginandomi storie assurde. Cani e gatti non sono mai mancati, ho un fratello e due sorelle più grandi e dei genitori nella stessa casa. Cosa vuoi di più? Poi nessuno mi ha mai tarpato le ali nel disegno, ho ricevuto solo stimoli. Come in ogni vita ovviamente poi ci sono stati i casini ma non sono mai diventati dei moventi artistici. Mi ha sempre ispirato la bellezza. Ho appena sentito una canzone di Tutti Fenomeni in cui dice "mi viene da piangere quando sono contento". Anche a me succede lo stesso.
Mi parli della tua ricerca artista e di come nascono i tuoi lavori?
Spesso sono ossessioni più o meno momentanee. Per esempio ci sono molti disegni di scene che si svolgono in Mongolia, sono in fissa da tempo per quella zona del mondo. Oppure mucche e capre, penso quasi tutti i giorni che ne vorrei e le disegno. In pratica sono cose che mi affascinano nella vita, che mi emozionano tantissimo. E poi chiaramente c'è il mondo del calcio. Ho iniziato a disegnare proprio con i calciatori, mi piace raffigurare movimenti. Mio fratello è sempre stato appassionatissimo e molto forte a giocare ed è sempre stato una figura di riferimento, forse è questo che mi ha fatto iniziare a disegnare tantissimi calciatori, chi lo sa. Ho da poco ritrovato un sacco di disegni con risultati inventati dove si vedono calciatori fare acrobazie assurde. In più c'è tutta la parte delle bandiere e degli stemmi che mi ha sempre gasato, soprattutto inventarli.
lunedì 1 dicembre 2025
Interview with Shafei Xia
domenica 5 ottobre 2025
Interview with Montecristo Project
venerdì 13 giugno 2025
Interview with Jonathan Targetti _ The Quartermaster
Come nasce The Quartermaster e chi c’è dietro il progetto?
TQM nasce nel 2018 nel magazzino di RBNr Militaria, l'attività di antiquariato e vintage militare di famiglia. Dopo anni di consulenza a moltissime aziende di moda italiane ed internazionali, abbiamo deciso di costruire qualcosa di nostro.
Provieni da una lunga esperienza familiare nel commercio di vintage militare. Come è avvenuto il passaggio da collezionisti a creatori di capi contemporanei? Come influenzano le collezioni i prodotti del vostro archivio di oltre 5.000 pezzi militari originali?
La continua ricerca sui capi, sulle vestibilità, sui pattern camo, sui tessuti e sugli accessori è alla base del lavoro che facciamo su TQM. E la sfida è continuare a rimanere appassionati e collezionisti ma allo stesso tempo anche creativi e piccoli imprenditori indipendenti. Quindi, ad essere sinceri, non c'è mai stata una trasformazione vera e propria ma un percorso iniziato molti anni fa e che è ancora in divenire.
La filiera gioca un ruolo centrale nella produzione di prodotti? quant’è importante il legame con il territorio e l’artigianato locale?
Il controllo di una filiera sempre più corta è per noi davvero fondamentale. Siamo molto soddisfatti dei nostri fornitori e di tutta la supply chain che, nel corso degli anni, abbiamo costruito: realizziamo i nostri capi per lo più con tessuti dead-stock che acquistiamo nelle aziende della nostra città, cosa che ci permette di avere un basso impatto ambientale, di coltivare rapporti personali autentici con le persone con le quali lavoriamo e di preservare una dimensione piccola e locale. I capi vengono realizzati in provincia di Venezia a pochi chilometri da dove è nata mia moglie.
domenica 25 maggio 2025
Interview with Melania Fusco
Melania Fusco, classe 1987 è artista visiva che reiterpreta il quotidiano con uno sguardo obliquo e viscerale, trasformando ricordi, affetti e inciampi in immagini sospese tra sogno e corpo. Di seguito una serie di domande sugli ultimi progetti e residenze tenute dall'artista.
Chi è Melania Fusco e qual è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Fin dall’infanzia ho cercato di coltivare uno sguardo obliquo sul mondo, una sorta di lente o filtro che mi permettesse di attraversare le giornate, i mesi e il passare degli anni in armonia con un sentire intimo. Al di là della formazione scolastica, per me la vita è una costellazione di incontri. In questa mappa stellare, ho provato a scegliere la mia traiettoria seguendo l’olfatto emotivo, un fiuto viscerale che mi ha guidata verso tutto ciò che potesse contribuire alla mia trasformazione, sia personale che intellettuale. Potrei dire che il mio percorso ha avuto inizio nel parco dove sono cresciuta. In un garage condominiale si trovava lo studio di un artista, amico di famiglia, che ho frequentato quotidianamente dall’età di cinque anni fino all’adolescenza. Era un luogo misterioso e affascinante, che non comprendevo del tutto ma che teneva accesa la mia curiosità. Poi c’è mia nonna: figura cardine della mia formazione affettiva ed estetica, esempio vivente di una pratica quotidiana del performare la vita in modo buffo, esagerato, bugiardo e tenero. L’università, Venezia, i workshop, le residenze… e infine la serenità di dirsi artista. Una consapevolezza arrivata come un prurito sotto pelle, piuttosto che tramite una prassi espositiva e professionale.
La tua ricerca ruota attorno al corpo e alla rappresentazione del quotidiano. Come prende forma?
La mia ricerca procede di pari passo con una serie di esperienze che fanno parte della mia storia personale. C’è quasi sempre un richiamo, anche solo evocativo, a paesaggi interiori e familiari, che cerco di traslare all’interno dei progetti sotto forma di presenze fantasmatiche, con impeti cromatici radical pop e, come sottofondo, una lunga melodia stonata e malinconica. Sono cresciuta negli anni ’90 e queste atmosfere me le porto dietro da lì. I miei lavori sono immagini di stati d’animo, di frustrazioni latenti, di interruzioni dilatate. Sono tentativi di costruire narrazioni alternative rispetto a quelle che ho ereditato come “sicure”, ma che, nella mia esperienza, possono generare un disallineamento tra ciò che sei e ciò che desideri. Per “narrazioni sicure” intendo, per esempio, la presunta linearità di alcuni passaggi esistenziali o professionali che, quando deviano da quella traiettoria prevista, sembrano portarci in un territorio di irresolutezza. È un po’ la storia di quello che vivo e del mio lavoro.
sabato 21 settembre 2024
Interview with Ruth Beraha
Ruth Beraha, classe 1986, vive a Milano. E- un'artista multidisciplinare che esplora la rottura delle certezze su cui fondiamo la nostra comprensione del mondo, basando la sua ricerca sull-indagine del potere dell'immaginazione, andando oltre gli automatismi della percezione e del visibile. Di seguito l-intervista con l'artista sui suoi ultimi progetti.
Chi è Ruth Beraha e qual’è il tuo percorso artistico?
Dopo la laurea in Storia dell'Arte in all'Università Statale di Milano e lo studio della tecnica della pittura a olio nella bottega di un pittore, ho trascorso un anno all'estero prima di tornare a Milano e laurearmi al Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali, in Naba, durante il quale ho avuto modo di lavorare con Chiara Fumai per Documenta 13. Per qualche anno ho lavorato nel settore della produzione video, prima di potermi dedicare all'arte. Il mio percorso professionale è iniziato nel 2017, quando mi sono trasferita a Venezia per lavorare prima con Giorgio Andreotta Calò, poi con Roberto Cuoghi. Contemporaneamente ero in residenza alla Bevilacqua La Masa. Dopo il periodo veneziano ho partecipato a diverse mostre e io ho iniziato a collaborare con la galleria Ncontemporary di Milano, che mi rappresenta ancora oggi.
La tua ricerca artistica indaga l’immaginazione al di là degli automatismi della percezione e della visione, una rottura su ciò che diamo per assodato. Mi parli del tuo processo e dei temi che affronti per farvi forma?
Direi che il mio lavoro indaga la vulnerabilità e la violenza delle relazioni, la percezione del sé e dell'altro in senso ampio, quindi certo, cerco di capire anche quello che crediamo di sapere di noi e di ciò che ci circonda. Quando inizio un nuovo lavoro di solito succede che qualcosa nella dimensione reale risuona con un pensiero e un'urgenza di quelli che mi accompagnano sempre. In fondo il lavoro è sempre un autoritratto, provo a tirare fuori i miei pregiudizi e le mie paure, le fragilità e le violenze.
giovedì 27 giugno 2024
Interview with Ornaghi & Prestinari
Chi sono Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari e com'è nato il vostro sodalizio artistico
Lavoriamo insieme dal 2009. Ci siamo conosciuti ai tempi dell’università, Claudio si è specializzato in Architettura del paesaggio, io (Valentina) in Arti visive. E’ durante quel periodo che abbiamo iniziato a condividere pensieri, idee, progetti, spazi; a portare avanti una ricerca comune. Lavorare insieme per noi significa condividere un'esperienza totalizzante. Comporta una grande complicità; condividiamo l'entusiasmo, i successi e le sconfitte.
Le vostre opere nascono da una molteplicità di materiali e tecniche, un incontro, che diventa una composizione figurativa, cosa caratterizza la vostra ricerca? mi parlate del processo che stà alla nascita delle vostre opere?
Tra i temi delle nostre opere ve ne sono alcuni ricorrenti: la leggerezza, la cura, la poesia, una certa ironia, che corrispondono al nostro modo di vedere l’oggi; come il pensiero, rizomatico per sua stessa natura, che si sviluppa attraverso scoperte, interessi, accidenti. Le nostre opere manifestano la relazione dialogica della coppia: sono una terza cosa con una vita propria che non potrebbero esistere se non come frutto di un lavoro di scambio e confronto. Ciascuno di noi guarda l'opera sia come spettatore che come artefice e, nel vedere cosa pensa e cosa percepisce l'altro, l'opera si modifica. Ogni azione non è un'iniziativa univoca ma la risposta alla mossa dell'altro. Il nostro modo di lavorare è basato sulla prosecuzione di discorsi originati da intuizioni. Guardiamo alle cose in cerca di un punto di cedimento, un appiglio di rinnovato stupore, un lampo o bagliore che lasci intravedere un possibile. Tutte queste intuizioni vengono raccolte, archiviate in attesa di verifica. Il tempo, le prove, lo studio e l'approfondimento le affinano, le domande e il dialogo le sviluppano. Alcune sopravvivono, altre si fondono concorrendo l'una a rafforzare l'altra. Per noi la forma è una intuizione che contiene già dei concetti e un potenziale narrativo. Il nostro processo si avvia sempre a partire da un’immagine mentale astratta dalla quale cominciamo a strutturare un dialogo. Spesso la fase di realizzazione dell'opera è sovrapposta alla fase di progettazione. Molte idee nuove nascono mentre si sta fisicamente sviluppando ad altro progetto o mentre si sperimenta con dei materiali o delle lavorazioni. Da cosa nasce cosa come diceva Munari.
giovedì 30 maggio 2024
Interview with Giovanni Ozzola
Giovanni Ozzola, classe 1982, è un artista multidisciplinare che all'interno della sua pratica utilizza differenti media espressivi. Una profonda sensibilità verso il fenomeno della luce e le sue diverse caratteristiche fisiche attraverso la concettualizzazione e la rappresentazione dell'infinito e dell'esplorazione, sia geografica che introspettiva caratterizzano la ricerca dell'artista che pone lo sguardo verso un luogo Altro. Di seguito l'intervista con l'artista dopo la sua recente personale presso Galleria Continua e Manifattura Tabacchi.
Chi è Giovanni Ozzola e qual'è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Quando mi chiedono perché ho scelto di essere un artista, penso al mio percorso come a un fluire inaspettato di incontri e avvenimenti che hanno plasmato la mia vita. Non c'era una strada già tracciata: sin dai miei sedici anni, quando ho iniziato a vivere da solo, ho seguito un percorso che si dipanava di fronte a me. Ancora molto giovane mi spostai a Londra per lavorare, la è dove ho ricevuto un suggerimento inaspettato che ha cambiato tutto. Un incontro fortuito mi ha spinto a condividere le mie immagini con il mondo. Da lì, ho incontrato Pier Luigi Tazzi, critico e curatore d’arte, il cui contributo ha plasmato il mio cammino artistico. Ogni passo ha aperto nuove strade e sfide, culminando nella mia prima mostra e portandomi fino a questa intervista, dove rifletto sul mio percorso.
L'ignoto è il tema attorno a cui ruota la tua pratica, una mappatura per darvi forma. Mi racconti come nasce la tua ricerca e cosa la caratterizza?
Per spiegare la genesi della mia ricerca partirei, così da offrire una chiave pratica di lettura del mio pensiero, dalla mostra a cui sto lavorando con molta cura in questo periodo e che avrà luogo a Londra nel prossimo mese di giugno. Mentre annotavo su un mio quaderno, ho riflettuto sull'idea di "io" come un punto di partenza e come un orizzonte da esplorare. Il viaggio verso se stessi, non è forse questo il viaggio verso l'orizzonte? Questa è una riflessione che affonda le sue radici nella notte dei tempi: sin dall'alba dei tempi, l'umanità ha avvertito il bisogno di lasciare un segno tangibile del proprio passaggio, come un'incisione rupestre, per definire la nostra esistenza e affrontare l'ignoto.
Questa è una riflessione che affonda le sue radici in un passato lontano: da sempre l'umanità ha avvertito il bisogno di lasciare un segno tangibile del proprio passaggio...
L'ignoto si manifesta in molteplici forme: può essere personale, geografico o collettivo. Tuttavia, la radice di questa necessità è la stessa: il desiderio innato di definirsi, di conoscersi o almeno tentare di comprendersi, sia come individui che come parte di una comunità. Ed è proprio tramite la mappatura di questo ignoto che mi trovo quasi a tracciare una mappa di territori inesplorati, cercando di dare forma e significato a ciò che ancora sfugge alla comprensione. Domande come "chi sono?" e "dove sono?" costituiscono il motore della nostra esistenza e delle nostre azioni quotidiane. Anche coloro che trascurano tali domande, per superficialità o per una sorta di snobismo, continuano inconsciamente a cercare risposte. È qui che si forma la nostra consapevolezza e che possiamo incontrare gli altri, poiché il concetto di "io" e "tu" non può esistere separatamente. Questo non è un individualismo miope, ma piuttosto una ricerca di consapevolezza per incontrare gli altri. È solo così che nasce la condivisione, con molteplici punti di vista che contribuiscono alla comprensione della realtà. La conoscenza reciproca ci avvicina alla verità, poiché abbiamo bisogno di individui, non di semplici seguaci. Questa è la grande differenza tra un gruppo e un gregge: individui consapevoli o che almeno cercano di esserlo rispetto ai followers. Con il mio lavoro artistico, cerco di definirmi e di definire il mondo che mi circonda. Questa è la dualità dell'attrazione e della paura dell'ignoto, due forze contrastanti che ci spingono e ci trattengono, ma che possono portare ad un equilibrio. Sotto questa luce, leggo i miei lavori. Tuttavia, ogni opera è indipendente e autonoma, poiché i simboli che vi sono presenti parlano ad ogni individuo in modo diverso, sussurrandogli un segreto unico.
giovedì 22 febbraio 2024
Interview with PremiataCeramicaSperimentale
Dietro premiata ci sono io, Daniele Tollot. Ho iniziato questo progetto nel 2018 quando, trovandomi a Padova con un lavoro in ufficio, ho sentito la necessità di ricimentarmi nella ceramica, a cui mi aveva introdotto quando ero bambino una mia carissima maestra elementare. La maestra Iris portava la classe a raccogliere argilla selvatica che processavamo e usavamo per il laboratorio di educazione artistica. Premiata per il primo periodo era un workshop collettivo nel quale, con alcuni amici, sfogavamo la nostra creatività manuale. Poi, causa anche la pandemia e quindi l'impossibilità di incontrarci, si è trasformata in un progetto personale, che in quanto tale porto avanti fino a oggi.
Il progetto è un indagine sulla materia e sulle sue forme, come nascono i pezzi e da dove trai ispirazione per la realizzazione?
Il processo progettuale è un'evoluzione con un gran margine di imprevedibilità, da qui sperimentale. Questo aggettivo racchiude l'essenza della mia indagine sulla forma e la materia: visito molte mostre e musei dove trovo nei manufatti ispirazione per nuove tecniche che rielaboro con il mio punto di vista da ceramista. Nei miei viaggi mi piace immergermi nella cultura del luogo e scoprire gli sviluppi che l'artigianato ha avuto in rapporto alle specificità. Il repertorio tradizionale artistico locale fatto di forme, motivi, tecniche e miti arricchisce il mio vocabolario diventando, attivamente o inconsciamente, componente di prossimi lavori. Anche la materia stessa di cui sono fatti gli oggetti mi è di ispirazione perché legata alla geologia del luogo; considero i manufatti artistici come sintesi tra i materiali che fornisce il territorio e la popolazione che lo abita. Raccolgo e utilizzo campioni di terre selvatiche come pigmenti o texture per i miei pezzi. Ad esempio, i miei intarsi sono ispirati agli intarsi figurativi marmorei e sono prodotti usando anche coloranti campionati nei viaggi.
giovedì 4 gennaio 2024
Interview with Sebastiano Pallavisini
Sebastiano Pallavisini, classe 1999, è artista visivo che lavora Udine e Venezia. La sua ricerca indaga le forme animali e come esse si articolano, una costruzione e decostruzione dei soggetti all'interno delle tele che diventano tridimensionali nei lavori scultorei. Attualmente partecipa alla collettiva Hotel Dieu alla A plus A Gallery con Occhio d’abbiocco legato alla pigrizia.
Chi è Sebastiano Pallavisini e qual’e il percorso che ti va portato a diventare artista?
Sono nato a Udine il 24 agosto 1999, in famiglia posso dire che ho sempre respirato un’aria favorevole a sviluppare un’attitudine artistica. Ma non so se questo sia determinante, principalmente mi interessa indagare le cose a fondo, e questo misto alla noia, mi ha spinto a disegnare, per crearmi un piccolo mondo. La noia penso sia l’elemento scatenante principale, e il disegnare è la salvezza dalla noia e dal mondo in generale. Ho notato che siamo tutti un po’ disagiati noi pittori, ognuno a modo suo. A disagio con la realtà in cui viviamo intendo e forse troviamo nella pittura un modo per esprimerci e per evadere dalla società, una nostra piccola realtà.
La tua ricerca indaga sulla diversità e la varietà delle forme organiche che prendono forma all’interno dei tuoi lavori; cosa caratterizza questo processo e le tue opere?
Mi sono accorto che ogni volta che credo di averci capito qualcosa del mio lavoro, viene fuori invece che non ci avevo capito niente. La risposta più adatta: è non lo so, ma cercherò ugualmente di spiegare. C’è sicuramente un interesse per le forme animali e come esse si articolano. È un processo caotico, attraverso stratificazioni di più immagini, costruzione e decostruzione di forme animali, cercando di evitare gli stereotipi legati a questi soggetti, cerco di arrivare ad una immagine finale che sia carica di significato e che racchiuda in sè tutto il processo, i ripensamenti e gli avvenimenti che si sono susseguiti sulla superfice pittorica.
giovedì 2 novembre 2023
Interview with Fabio Sonego
Sono nato a Winterthur, vicino a Zurigo. Durante la mia gioventù ho iniziato a disegnare, in seguito durante il mio tirocinio come custode, ho dipinto molti graffiti, il che mi ha avvicinato all'arte. Dopo alcuni anni come custode, ho deciso di cambiare lavoro e di intraprendere una formazione artistica. Così sono arrivato a Basilea all'età di 28 anni e ho studiato Belle Arti, conseguendo sia la laurea triennale che la laurea magistrale sotto la guida del direttore Chus Martinez. Inizialmente, non avevo alcuna conoscenza in campo artistico e filosofico, ma grazie a borse di studio concesse dal cantone di Zurigo, ho avuto l'opportunità di studiare a tempo pieno. In questo modo, ho acquisito una vasta conoscenza dell'arte. Ho sempre sentito il bisogno di esprimere il mondo attraverso il disegno, lo studio e la visione nell'ambiente artistico di Chus Martinez e Basilea mi hanno dato la fiducia necessaria per lavorare sulla mia arte.
I tuoi lavori sono caratterizzati da scritte e disegni monocromi neri, che traggono ispirazione dalla tua quotidianità?
Ho iniziato a lavorare nel campo della performance, mescolando disegno, performance e filosofia. Quando è nata mia figlia, il mio modo di lavorare è cambiato, soprattutto durante il mio corso di laurea magistrale e anche grazie agli importanti mentori che ho avuto. È in questo contesto che è nata una serie di 2 anni: "Mappe del Tesoro", in cui ho lavorato liberamente e velocemente con l'inchiostro su grandi fogli di carta, che ho incollato insieme composti da più pezzi. Il risultato è un modo giocoso di rappresentare momenti interiori e elaborare il mondo su carta, sempre con vernice nera, principalmente con pennello e inchiostro.
Perché il nero? Principalmente perché mi consente di lavorare in modo veloce e spensierato. Ciò significa che posso lasciare liberi i miei pensieri e cercare il momento. I colori sono estremamente difficili da gestire e mi rallentano. Credo molto nel momento in cui il disegno si realizza, e il nero è il colore perfetto per questo. Inoltre, direi che il grande contrasto tra il bianco e il nero rende la superficie molto forte, e insieme crea un modo diretto di trasportare il visibile senza cercare altre connessioni, il colore potrebbe limitarlo. Tuttavia, presto molta attenzione a mantenere un bianco equilibrato. La scelta della carta è molto importante per me.
lunedì 24 luglio 2023
Interview with Fosbury Architecture
Come nasce Fosbury Architecture e da chi è composto?
Fosbury Architecture nasce come pratica collettiva nel 2013 a Milano, in un momento in cui tutti stavamo per affacciarci sul mondo del lavoro ed eravamo particolarmente scettici sull’orizzonte di tirocini sottopagati e orari di lavoro estenuanti che ci attendeva. Abbiamo sempre inteso Fosbury Architecture come una piattaforma per fare progetti e ricerche insieme, al di là dei percorsi individuali dei singoli membri. Con lo stesso spirito abbiamo affrontato anche la definizione della proposta curatoriale per il Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2023 su invito della Direzione Generale Creatività Contemporanea. La formazione è cambiata nel tempo ed oggi ne fanno parte Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi, con la collaborazione di Lorenzo Cellini e Valeria Cesti.
Siete i curatori del Padiglione Italia alla Biennale d’architettura, come nasce il progetto “Spaziale. Ognuno appartiene agli altri”?
Il progetto nasce dalla volontà di dare voce ad una generazione di progettisti, in larga parte nostri coetanei, la cui pratica si situa lungo il perimetro di ciò che è considerato architettura. Questo non perché siamo contro al costruire, ma perché crediamo sia importante mostrare che l’architettura possa fare anche altro, specialmente in una congiuntura difficile come quella che stiamo vivendo. In questo senso, piuttosto che mostrare lavori già completati, abbiamo invitato i partecipanti a realizzare, con una serie di attori locali, progetti site-specific sparsi per tutta la penisola italiana, andando idealmente ad ampliare il Padiglione Italia oltre alle Tese delle Vergini. L’intento ultimo è stato dunque di mostrare pratiche di architettura alternative, legittimandole in una cornice istituzionale come La Biennale di Venezia.
mercoledì 21 giugno 2023
Interview with Cristian Chironi
Chi è Cristian Chironi e qual’è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
“Cristian Chironi è uno a cui piace squattare” le case di grandi architetti sparse in tutto il mondo - da Le Corbusier a Pierre Jeannerret; da Alejandro Bustillo a Tadao Ando - usando l'abitare come linguaggio artistico e viaggiando a bordo di una FIAT 127 Special, ribattezzata Camaleonte per la sua capacità di cambiare ogni volta i colori. La scelta di questo veicolo è per certi versi simile al percorso d’artista, che nasce da un incitamento ad andare e sentirsi abitante del mondo, confrontandosi con culture, tecniche e costumi diversi. Creando lavori che si basano principalmente sull’idea di transito, attraversando geografie dove incrociare storie personali e collettive. Attualmente vivo a Città del Messico, in Villa Olimpica, un complesso residenziale progettato dagli architetti González Rul, Ortega Viramontes, Hernández Navarro e Torres Martínez, costruito nel 1968 per i Giochi Olimpici. Si trova a sud della città, accanto accanto alla Ruta de la Amistad di Matias Goeritz, alla Ciudad Universitaria progettata da Mario Pani ed Enrique del Moral e allo Stadio Olimpico, quest’ultimo considerato da Frank Lloyd Wright l'edificio più importante dell'America moderna.
L'architettura è presente in numerosi dei tuoi progetti, che ruolo svolge all'interno della tua ricerca?
L’architettura è un opera d’arte da abitare e ciò per me significa vivere fisicamente all’interno dell’opera. Abitare è essenzialmente praticare l’invenzione del quotidiano, citando lo scritto di Silvia Fanti intitolato Chironautica, che tanto mi piace, pubblicato nel libro I’m Back (Postmedia 2018) realizzato per la mostra al Museo Nivola. Una pratica che accoglie il visitatore e usa la costruzione come punto di osservazione per capire in che condizioni si trova oggi la casa degli uomini. Non sono un esperto di architettura e non mi interessa esserlo, ciò mi permette di sperimentare l’architettura e di viverla, cercando sempre l’interazione con il contesto, sia esso umano che ambientale.
Mi racconti come nasce il progetto Drive?
La performance Drive nasce utilizzando la Fiat 127, da me personalizzata usando gli accostamenti cromatici tipici delle case di Le Corbusier in cui vivo. La decisione di usare quest’auto prende spunto da un aneddoto che mi fu raccontato da Daniele Nivola (nipote dell’artista Costantino Nivola amico e collaboratore di Le Corbusier). Sia io che i due Nivola siamo di Orani, un piccolo paese al centro della Sardegna. Nei primi anni Ottanta Costantino Nivola, ormai malato, scrive una lettera da New York a Daniele, chiedendogli di andare nella sua abitazione in Toscana, in un ultimo tentativo di riportare le sue cose a Orani, tra cui l’auto. Daniele si imbarca in un passaggio ponte dal porto di Golfo Aranci verso Civitavecchia e poi Dicomano. Un volta sul posto prende ciò che trova, caricando la roba nel piccolo bagagliaio dell’auto.
Alla mia domanda “e che cosa avete riportato a Orani?”
Daniele mi rispose “due manifesti artistici di Steinberg… opere di Pintori, Fancello e Maria Lai… e naturalmente i Nivola. Alla fine ho anche lasciato altre cose Non ci stava tutta la roba nella macchina.” C: “E’ che auto avete usato?”
D: “Una Fiat 127 color amaranto! Che era l’auto di Costantino”.
Daniele si imbarca dal porto di Civitavecchia con questa Fiat 127 carica di opere d’arte, facendo rientro a Orani ignaro di quello che stava trasportando.
D:“ Eravamo tonti… Adesso abbiamo la consapevolezze ma al tempo….”
venerdì 2 dicembre 2022
Interview with Yuval Avital
Yuval Avital, classe 1977, è artista multimediale e compositore la cui pratica i cuoi lavori dialogano con spazi pubblici come musei, teatri e siti archeologici. La sua ricerca crea un rituale contemporaneo, attraverso la realizzazione di un microcosmo esperienziale, poetico ed emozionale unico, un "opera totale" che prende forma attraverso differenti discipline. Ha realizzato il progetto per Reggio Parma Festival 2022 che ha preso forma attraverso differenti momenti e espressioni durante l'anno. Di seguito l'intervista con Yuval.
Chi è Yuval Avital e qual è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Ciò che mi caratterizza come persona e come artista è il voler arrivare al cuore delle cose, un movimento che mi spinge verso la loro verità. La mia arte è tesa al disvelamento della realtà sommersa che ci circonda, dei punti cardinali dell’uomo e dei suoi confini dall’Altro, della parte più istintiva e vulnerabile che è in ognuno di noi. La pratica attraverso cui porto avanti questa ricerca è la connessione: per disvelare bisogna conoscere e per conoscere bisogna ascoltare, unirsi, connettersi. La mia è un’arte fortemente relazionale, che cerca il dialogo in ogni sua forma: dalla crowd music - in cui chiedo a persone diverse di eseguire vocalizzi o ripetere delle parole che assumono, grazie al portato esistenziale, una espressività unica – ai lavori scultorei e installativi – che produco collaborando con le maestranze artigianali (per esempio le mie maschere sonore presentate nelle mostre Nephilim a Firenze, Museo Marino Marini, o Giobbe, presentato alle Terme di Diocelziano) o i teatri (come è accaduto per il grandissimo progetto del Mostrario, messo in scena in questi mesi a Reggio e Parma, all’interno della meta-opera Il Bestiario della Terra e di cui parlerò più avanti)– alle performance – che richiedono un lungo lavoro basato su intesa e fiducia tra performer e artista. Questo modo di agire è frutto di una necessità interiore: le strade che ho intrapreso a livello lavorativo mostravano la loro autenticità in maniera istintiva. Da ragazzo a Gerusalemme ho frequentato l’Istituto di Musica Contemporanea in cui ho seguito corsi di chitarra, improvvisazione e musica sperimentale jazz. Ho poi proseguito la formazione, all’Accademia di Musica e Danza, in cui ho avuto la possibilità di sperimentare in modo costante un dialogo multidisciplinare con la danza e linguaggi affini a quelli musicali, e ho fatto parte del gruppo di ricerca etnomusicologica nella Fonoteca Nazionale di Israele che mi ha invece avvicinato all’aspetto antropologico del suono e musicologico. Nel 2002 sono arrivato in Italia per suonare con il mio trio per chitarra, mandolino e clavicembalo, Three Plucked Strings, e durante il tour ho incontrato il maestro Angelo Gilardino, direttore della celebre Fondazione Andrès Segovia, che mi ha invitato a seguire il suo corso internazionale per solisti a Vercelli. Sono andato a vivere a Biella dove ho scoperto la Fondazione Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto, divenuto poi mio maestro e amico. Qui ho presentato nel 2006 Trialogo Festival, che riuniva poeti iraniani, turbinanti dervisci, suonatori di flauti cinesi, danzatori indiani e cantanti beduini, ed è stata una tappa fondamentale che mi ha permesso di approfondire l’aspetto corale dell’arte, di indagare ed intessere tradizioni diverse, di contaminare il mio lavoro strutturalmente con elementi non solo musicali. Un altro momento importante del mio percorso artistico è stato nel 2015 con Alma Mater (attualmente la più grande installazione sonora mai realizzata in Italia, composta dalle registrazioni trasmesse da 140 altoparlanti di voci cantilenanti di nonne provenienti da tutto il mondo, unite a suoni naturali, che rappresentano l’archetipo femminile), presentato a Milano nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore. Il nucleo centrale della mia ricerca è qui diventato molto chiaro, come la cifra stilistica che mi contraddistingue: lavori corali in grande scala in cui confluiscono componenti visive e musicali. Da questo momento in poi sono iniziate le mostre museali e monografiche, come Variazioni sul tremore armonico, presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano, nato da un viaggio sull’Etna e che si è tradotto in centinaia di fotografie, terabyte di contenuti video e installazioni icono-sonore, o come Tree Grades of Foreigness, installazione complessissima creata per la Fabbrica del Cioccolato in Svizzera. Successivamente questi processi relazionali su grande scala si sono espansi ulteriormente, nello spazio e nel tempo: per Postcards from Rome al MACRO a Roma ho lavorato per un anno coinvolgendo l’intera città, mentre per Human Signs, presentata al LOOP Festival di Barcellona, ho coinvolto più di duecento artisti su scala mondiale. Per me, far convivere il musicista, che ha segnato il mio passato, con l’artista, entrato in scena più di recente nel mio percorso, non porta a delle contraddizioni, ma, viceversa, è un arricchimento che nutre il mio lavoro sempre di nuove energie. Il mio rapporto con la pittura e la scultura, invece, si è sviluppato successivamente. Non conosco le ragioni che mi hanno condotto a questi media, una energia irrefrenabile e inconscia mi ha spinto ad esplorarli, mettendo da parte le paure che sorgono quando si sperimentano nuovi linguaggi.
martedì 15 novembre 2022
Interview with Nero/Alessandro Neretti
Chi è Nero/Alessandro Neretti e il percorso che ti ha portato a diventare artista?
42 anni, romagnolo di nascita, veneto dal 2018, critico osservatore della condizione contemporanea, produttore di manufatti di vario genere, tangibili e non, atti ad incantare, destare, turbare ed accendere lo spettatore. Il percorso che sto facendo per diventare artista é iniziato nel 1994 quando mi sono iscritto all’Istituto G. Ballardini di Faenza, poi una gavetta infinita con diverse soddisfazioni professionali che però sono sempre passaggi e mai un reale approdo… a scuola facevo un sacco di concorsi per portare a casa qualche soldino, era remunerativo e divertente, soddisfava i miei bisogni, ho sempre amato la materia e i materiali, curioso, voglioso di dedurre, penso sia nato tutto lì, dentro quella scuola, il resto lo ha fatto la strada e le tante esperienze che la vita ti propone. Ora continuo a fare questo lavoro perché mi sostiene e perché amo la parte creativa, quella delle idee. Dedicandomi esclusivamente a progetti site-specific il lavoro mentale é sempre stato una specifica importante; me ne sono accorto solo negli ultimi anni, quando, con piacere, ho notato che la fantasia ed un senso di visione e progettualità fluidi continuavano ad essere estremamente presenti, sia quando faccio i sopralluoghi che quando cammino semplicemente per strada. Mi piace vivere per le mie idee e per il mio operato. Adoro trovare il punto di svolta, la rivoluzione Copernicana nei rebus espositivi, nelle architetture, giocando con i materiali e con la tecnica, escogitare la soluzione dell’opera. Quel momento vibrante che dal cervello esplode nel cuore, rifonde mille patimenti in un attimo, eleva, non é solo eccitazione, é puro godimento. Il problema é che spesso si palesa stampandomi in faccia una risatina sarcastica da ospedale psichiatrico. Ma comunque, che godimento.
La copia e l’originale caratterizzano la tua ricerca, attraverso l’utilizzo della ceramica, cosa contraddistingue questa parte del tuo lavoro e come si relaziona con la parte site-specific? Come nascono i progetti che coniugano entrambi gli aspetti?
La copia e l’originale sono per me una metodologia assodata dalla fine degli anni ’90. La riproducibilità seriale di un soggetto, poi reso unico da assemblaggio e modificazioni, era per me il 25% della mia produzione artistica (il resto era modellazione, disegno/pittura e fotografia). Dalla fine del 2007 ho deciso di realizzare solo progetti e opere site-specific, in dialogo con l’architettura, le collezioni pubbliche e private. La ceramica é entrata in questi progetti con svariate metodologie e tecniche, ma, come ogni altro media, non ne ho mai forzato l’impiego, è stata utilizzata esclusivamente quando necessario. A mio avviso ogni messaggio ha bisogno di un materiale ben preciso.
Cito alcuni casi esempi dove la ceramica si è sposata a interventi site-specic: il grès porcellanato della Florim inserito nell’installazione che ha vinto il Premio Faenza (Museo Internazionale delle Ceramiche - 2013) e quello del Gruppo Romani utilizzato per il progetto PLANET EARTH esposto a CASABELLA laboratorio (Milano - 2018); le terraglie opache che sposavano il cemento del museum Beelden aan Zee dove ho presentato il vasto progetto Life is a burning tire (Scheveningen/L’Aia - 2017) fino alla bianche terraglie coperte da nylon prodotte per ABOUT CLAY (Copper Smithy space, Fiskars/Finlandia - 2018) poi esposte alla Korea International Ceramic Biennale (Gyeonggi Ceramic Museum, Gwangju/Corea del Sud - 2021) ed acquisite con la menzione d’onore dalla Korea Ceramic Foundation … ma anche la porcellana cruda dell’opera relazionale presentata alla Jingdezhen Biennale (Art Avenue Art Museum Jingdezhen/Cina - 2021) risponde per caratteristiche alla tua domanda.
venerdì 4 novembre 2022
Interview with Giuseppe De Mattia
Giuseppe De Mattia, classe 1980, è artista visivo la cui pratica indaga il rapporto tra memoria, archivio e contemporaneità attraverso l’uso di medium differenti e la narrazione di momenti marginali e trascurabili su cui ci porta a riflettere. Produzione Propria è la persona attualmente visibile alla OPR Gallery di Milano che presenta un corpo di nuovi lavori come Ladri di piastrelle legato al commercio illegale in azulejos, installate per essere rimosse e acquistate come souvenir dai visitatori, e Ingegno di Mola legata alla pratica di mettere una sedia vicino all'ingresso della casa con esposti frutta e verdura per la vendita, elementi ricorrenti nei suoi lavori. Di seguito l'intervista con Giuseppe.
Chi è Giuseppe De Mattia e qual'è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Sono uno che non avrebbe mai dovuto illudersi di poter vivere di questo. Spesso mi maledico di aver seguito questa strada. Avevo una discreta carriera da impiegato, forse avrei potuto aspirare addirittura ad un ruolo di funzionario. Il riscatto sociale che la mia famiglia stava compiendo da due generazione si sarebbe evoluta in questo senso nella gioia e nel giubilo! Invece ho deciso di seguire un vizio poi diventato tossico e da cui è impossibile uscire. Amo profondamente quello che faccio, ma è terribile il mondo in cui lo faccio e il sistema sociale ed economico che (non) lo sostiene. Mi ha portato a diventare artista Mark Dion con il suo padiglione alla Biennale di Venezia del 1997 e gli zaini in foglietti di carta della polleria Porrelli uniti con i punti metallici, della mia Zenith 548, che facevo a sei anni e che avrei voluto continuare a fare per tutta la vita.
Come nasce il poster per il 50 del DAMS commissionato da Cheap festival?
Il poster nasce da uno dei continui momenti di calo emotivo in cui sembra che io sia ironico, invece sono tragico. Ho pensato che i miei genitori avrebbero dovuto comprare una bella macchina invece che mantenermi agli studi a Bologna al DAMS stringendo la cinghia. Ho pensato che i 50 anni del DAMS erano stati resi possibili grazie al sacrificio di chissà quante famiglie come la mia. Fui chiamato a partecipare al progetto; quando mi dissero quali sarebbero state le dimensioni del poster e che sarebbe stato messo nel centro di Bologna, ho pensato che avrei dovuto rendere omaggio a quella scelta ardita della mia famiglia, farne un piccolo monumento di carta che si sarebbe rovinato al primo acquazzone.
Mi racconti in cosa consiste il progetto Frutta e Verdura allestito a Vienna?
Consiste in un invito a replicare un ragionamento sul rapporto tra mercato dell’arte e mercato di beni di consumo. Un lavoro già stato messo in atto nella mostra “esposizione di Frutta e Verdura", a Roma, presso la galleria Matèria, curata da Vasco Forconi. Sono anni che continuo ad insistere con opere-provocazione su questo tema e credo che lo farò fino alla fine. A Vienna, sono stato invitato dalla mia collega Anna Paul e ho ripetuto l’operazione concentrandomi solo su diverse tipologie di zucche. Le zucche di ceramica, vuote, fatte per l’occasione, sono state messe in mezzo a quelle vere e vendute tra queste al prezzo di opera e non di verdura. Ho preparato anche un multiplo firmato e numerato di accesso democratico: un sacchetto di carta serigrafato che veniva dato a chiunque comprasse, sia una piccola zucca vera che una scultura.
sabato 15 ottobre 2022
Interview with Alice Pedroletti
Alice Pedroletti, classe 1978, è artista visiva italiana che vive tra Milano e Berlino. La sua ricerca è focalizzata sugli archivi attraverso la documentazione fotografica, dagli oggetti all'architettura e alla geografia. Tra i suoi ultimi progetti Architetto, I don’t draw e Go with the flow (Study on a floating island), ATRII/Berlin. The city, the island e Death of a folding boat on dry land, un libro tridimensionale che raccoglie differenti contributi e persone che hanno lavorato insieme in modo trasversale e fluido. Di seguito l'intervista con Alice.
Chi è Alice Pedroletti e qual’è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Vengo dalle realtà [sociali] milanesi che negli anni ‘90 furono fucina di una creatività davvero libera e sperimentale da cui importanti artisti e soprattutto dj sono emersi: Claudio Sinatti fra tanti, artista pioniere del videomapping. E’ stato un periodo importante per la mia generazione, che ho riscoperto negli ultimi anni perché mi ritrovo ad applicare ciò che ho imparato all’epoca: il collettivismo, l’autogestione, l’educazione alternativa dei collettivi, l’appropriazione dello spazio pubblico. Ho iniziato a fotografare da piccola: il mio babbo mi regalò una macchinetta fotografica della Kodak che ricordo aveva dei dischetti al posto dei rullini. Ho poi iniziato a prendere in prestito la Petri di mia mamma, che ho usato fino a quando mi hanno regalato la mia prima Nikon. Mio nonno paterno era artista, un pittore attivo a Brera nel dopoguerra; l’ho conosciuto appena, ma è sempre stato una presenza importante. Disegnavo perché volevo essere anche io artista come il nonno di cui vedevo i quadri alle pareti. Invece ho studiato lingue al liceo e iniziando poi a lavorare sia come assistente fotografa che nelle produzioni di grandi eventi musicali. Volevo imparare quello che mi interessava in modo più libero e diretto, senza costrizioni o percorsi preconfigurati. Dopo anni di carriera come fotografa ho avuto l'esigenza di riscoprire quegli aspetti di ricerca e libertà che ogni media creativo porta con se e che nel mio caso erano schiacciati dagli aspetti commerciali del lavoro. Non avendo fatto l'Accademia è stato forse più semplice perché la curiosità che sentivo riguardava ogni disciplina in modo trasversale, ma anche complesso perché viviamo in una società che non riconosce davvero il percorso alternativo allo studio accademico e spesso la competizione è erroneamente basata su un pezzo di carta che non sempre è garanzia di talento. Non siamo medici, ma artisti e la storia dell’arte è piena di Maestri che non hanno studiato arte: Leonardo Da Vinci, Frida Kahlo, Vincent Van Gogh per dirne alcuni ‘poco noti’. Un altro grande problema con cui mi sono scontrata, e tutto italiano, è l’età anagrafica come strumento di selezione di un artista. La scelta è stata quindi semplice: parlando diverse lingue mi sono rivolta all'estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove il mio percorso professionale e personale non era visto come un ostacolo, ma una qualità che dimostrava la mia competenza. Ho poi fatto un’esperienza in Cina e successivamente ho deciso di fare base in Europa. Adesso sono tra Berlino e Milano.






























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