mercoledì 18 gennaio 2017

Report from Pitti Immagine Uomo 91 _ some Fall/Winter 2017 news

Pitti of course! Pitti Immagine è un evento fondamentale per scoprire le novità per le prossime stagioni, incontrare amici nuovi e vecchi. L'edizione appena conclusasi ha confermato il proprio ruolo a livello mondiale grazie alle sfilate di Paul Smith, Golden Goose e Tommy. 
A Firenze le proposte sono state caratterizzate dall'abbandono del piumino a favore di tessuti tecnici e cappotti in lana, attraverso una proposizione di influssi differenti e sovrapposizioni. Barena Venezia presenta un abbigliamento casual, una collezione caratterizzata da completi dal sapore informale, Camo sceglie un guardaroba classico ma con dettagli dal retaggio street, mentre President's punta sulla semplicità delle forme. 
Fra le novità ho scoperto JBJ, la cui collezione è composta da prodotti basici arricchiti da ricami realizzati a mano e Atelie&Repair, che recupera capi vintage inserendovi dettagli colorati. 
Al Touch, Abcl Japan per la fall/winter 2017 propone le proprie camicie nei toni del blu, declinati in differenti motivi e patter, mentre Buttero presenta come novità uno stivaletto dal sapore army affiancato ad una runner dalle linee affusolate, infine Big Uncle espone un total look caratterizzato da una maglieria ricercata e giacche decostruite sui colori della terra. 
Levius a Pitti Immagine Uomo 91 colpisce il segno grazie alla nuova derby con dettaglio tecnico, un mix di linguaggi che caratterizza anche la collezione di Z Zegna. Mismo reinterpreta le proprie borse iconiche con nuovi tessuti, e un simile lavoro di reinterpretazione dei propri modelli classici viene effettuato anche da Kjore Project, specialmente nella linea di calzature. Concludo con Woodd che affianca alla linea di cover per cellulari e computer in legno, una nuova serie di oggetti dedicati alla scrivania dal design semplice ed essenziale che si integra in continuità materica con i prodotti già presenti in collezione.

giovedì 5 gennaio 2017

ZDA - a vintage shoes from Czech Republic



 ZDA è un brand di sneakers militari slovacco fondato negli anni '50 in una piccola cittadina, chiamata Partizanske, caratterizzate dal fondo dentellato. Una calzatura pratica e comoda, ma soprattutto adatta per la corsa. Marathon è il modello che caratterizza questa piccola realtà che sceglie di rilanciare le proprie calzature partendo da questo modello disponibile in quattro varianti colore dalla silhouette lineare ed essenziale.

domenica 1 gennaio 2017

Face Plates - Jean Jullien by Case Studyo

L'approccio di Jean Jullien è caratterizzato da uno stile giocoso e allegro, un tratto che prende forma e diventa figura. Con Case Studyo l'illustratrice francese ha scelto di sviluppare un set di piatti in porcellana dalle forma anomale e inconsuete. Ogni piatto è caratterizzato da una forma, da un colore e da una facci raffigurata da Jean Jullien che caratterizzagli gli uomo per ogni cibo. Sul retro ogni piatto è firmato a mano dall'artista; il set di 6 piatti è vento direttamente da casestudyo.com.

martedì 27 dicembre 2016

Fondazione Sandretto Re Rebaundengo

Ed Atkins e Josh Kline sono i due artisti presentati all'interno della Fondazione Sandretto Re Rebaundengo nella sede torinese che si possono vedere in questo periodo. Il primo mette in attimo una ricerca caratterizzata dai nuovi media, attraverso le vite trascorse on-line dai soggetti utilizzando video digitali auto-prodotti. Il secondo indaga nella società americana, divenuta un modello negativo per i paesi avanzati, attraverso sculture, video e installazioni che mettono in luce le trasformazioni politiche e sociali del nostro tempo, dalla tecnologia alla new economy. 
La Fondazione punta alla ricerca e alla promozione dell'arte contemporanea internazionale attraverso l'esposizione e il supporto di giovani artisti selezionati in dialogo con i maggiori curatori d'arte. La visione e la mission svolta dall'istituzione fondata negli anni '90, prima con l'apertura della sede a Guarene d’Alba (CN) e nel 2002 nel cuore di Torino, punta alla valorizzazione delle differenti forme artistiche e porta allo scoperta il visitatore di artisti internazionali, spesso alla prima mostra in Italia, in un ottica educativa-esperienziale.

giovedì 22 dicembre 2016

Interview with Luca Vanello




Luca Vanello, Trieste 1986, è un artista concettuale italo-sloveno che attualmente ha base a Berlino. Il suo lavoro spazia attraverso la scultura, interventi site-specific, installazioni e immagini. Lavora sulla ricollocazione e riproposizione di oggetti già finiti attraverso un processo che trasforma e cambia il loro significato. Di seguito vi propongo l'intervista con Luca Vanello.


Chi è Luca Vanello e qual'è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Sono un artista italo-sloveno cresciuto tra Trieste e Ljubljana che vive a Berlino dopo aver studiato all’ Universität der Künste a Berlino e alla Slade School a Londra. Cercando di ricordare i primi incontri che potrebbero avermi portato su questa strada, ricordo alle età credo di 8 anni di ritrovarmi davanti ad un lavoro di Eva Hesse ed insieme a mio padre cercavamo di indovinare / decifrare gli oggetti difronte a noi. Ricordo quanto fosse affascinante e nuovo quel momento di “dialogo visivo”.
Molti anni più tardi, dopo aver iniziato a studiare architettura e aver smesso dopo qualche mese, credo che questi primi incontri siano diventati punto di partenza per ragionare su altre possibilità.

Le tue opere sono installazioni composte da più oggetti, che raccontano e che mettono in luce un evento attraverso relazioni fra loro. Tu gli aggreghi e li collochi e vi dai un significato portando lo spettatore ad una riflessione. Come nascono e come prendono forma queste opere?Il lavoro inizia sempre con la ricerca. Ricerca, che spazia da letture di vario genere, a telefonate, blog e forum online, email, viaggi e appuntamenti, e la quale mi porta ad individuare le possibili persone con cui voler instaurare un dialogo. Per la natura dell’argomento delle ricerche spesso gli interlocutori che prescielgo non rispondono o non sono facilmente raggiungibili, per cui in questo processo si creano degli incontri non calcolati i quali diventano centrali e negli ultimi anni hanno incominciato ad esser concepiti come collaborazioni. E sono proprio queste collaborazioni che diventano modo per apprendere con maggiore profondità e per avere accesso alla materialità di certe realtà: dagli spazi fisici, agli oggetti ad i cicli di cui fanno parte e che li costituiscono. Scrivere brevi testi astratti che riprendono dei ragionamenti/impressioni diventa modo di incominciare a concepire il lavoro da diverse angolazioni, infatti funzionano come degli “sketches”. Queste piccole “note” diventano poi spesso parte dei titoli. Allo stesso tempo il lavoro prende forma molto attraverso sperimentazioni con materiali, dove gli strumenti di partenza sono YouTube a vari blog online dove cercare possibilità e opzioni di manipolazione dei materiali che ho avuto possibilità di incontrare durante la ricerca. È a questo punto che gli elementi della ricerca ed i piccoli esperimenti in studio incominciano ad entrare in dialogo e a complimentarsi in un lavoro.

lunedì 19 dicembre 2016

Mani _ Italian Stories

 Mani è un progetto ad opera di Italian Stories attraverso l'artigianato e le eccellenze sparse nella penisola. Un libro alla scoperta del lavoro e della maestria di mestieri, spesso dimenticati, ma dal valore unico attraverso una rivalutazione e ricerca nel territorio. L'idea nasce dal voler "celebrare la bellezza del saper-fare artigiano" fulcro del progetto Italian Stories che punta al turismo culturale come itinerario alternativo all'interno delle botteghe artigiane. Il libro è composta da un testo introduttivo e una serie di scatti che raccontano 28 storie di artigiani attraverso il loro bene più prezioso, il "mezzo" che rende unici i loro lavori e artefatti, le mani per l'appunto. Il libro è disponibile in 365 copie scrivendo a info@italianstories.it.

sabato 17 dicembre 2016

A.B.C.L. Japan

A.B.C.L. Japan è uno scambio fra due culture differenti, fra due mondi lontani che creano un lifestyle unico. Da una parte Venezia, dall'altra Tokyo, lo stile e la ricerca di materiali e di un gusto senza tempo ha dato vita a A.B.C.L., ovvero le prime lettere dell'alfabeto e la L. derivante dal cognome del fondatore. Il brand è caratterizzato da u design essenziale unito ad una ricerca nei tessuti e forme che si presenta come una fusione fra queste due realtà dando vita ad una serie di camicie e pantaloni.

mercoledì 14 dicembre 2016

Blue de Cocagne

Blue de Cocagne è un brand con base a Tolosa, Francia, ossessionato dal blu, dalle sue sfumature e variazioni. La collezione è interamente artigianale ed ecologica nell'uso dei materiali e delle tinture, con la particolarità che i diversi toni del blu sono ottenuti dall'utilizzo dosato del pigmento indaco. Le linee sono comode e leggere, caratterizzare da un gusto orientale ed evocano un vestire talvolta dimenticato.

martedì 13 dicembre 2016

Mismo _ fall/winter 2016

Nordic Noir è la riscoperta della natura selvaggia, dei suoi colori e dei suoi elementi che si mescolano alla città di Copenhagen in un armonia-contrasto fra naturale e artificiale perfettamente in simbiosi. Mismo pensa e rielabora questo contesto rivisitando le proprie borse iconiche caratterizzate dall'utilizzo della pelle, del canvas e del nylon all'insegna dei colori che contraddistinguono questo paesaggio d'inverno. La collezione è disponibile nello store online di Mismo.

sabato 10 dicembre 2016

Interview with Eugenio Tibaldi

Eugenio Tibaldi, classe 1977, è artista italiano che lavora e vive a Napoli, i suoi lavori sono caratterizzati da una ricerca culturale con un focus sulle periferie, sull'abbandono e i suoi protagonisti. La periferia come luogo marginale non è solo un posto fisico ma anche uno stato mentale dove la vita scorre diversamente, dove tutto viene dimenticato ed abbandonato a se. Questo è il punto di partenza dei lavori di Eugenio Tibaldi, che attraverso differenti mezzi espressivi punta a indagare e a mettere in luce queste aree. Di seguito vi propongo l'intervista con l'artista.


Chi è Eugenio Tibaldi e qual'è il percorso che ti ha portato a definirti artista?

Sono nato ad Alba nel 77 ed ho fatto un percorso particolare che non mi ha definito in alcun modo nè dal punto di vista accademico nè dal punto di vista pratico... per cui non so dire se sono un artista. So che oggi il mondo dell'arte è il luogo in cui riesco ad esprimermi meglio.

La tua ricerca artistica parte dai luoghi periferici e attraverso differenti mezzi espressivi prende forma. Mi puoi parlare di essa, di come scegli il luogo e di come ti rapporti con esso?
Mi sono trasferito nell'hinterland Napoletano nel 2000 ed è stata una vera scoperta, la zona d'ombra al di fuori dei centri storici italiani è un luogo che mi ha attratto fin da subito, con la sua crudeltà pratica ed informale mi sembra il luogo più plastico e contemporaneo che abbiamo nel mondo. Le periferie sono spesso le fucine delle nuove forme estetiche e per me è proprio grazie alla mancanze di tutele dettate dall'amore e dalla storicizzazione che nei luoghi periferici si può pensare e generare una possibile nuova forma estetica.
La periferia prima di essere un luogo fisico è una condizione mentale, la mia condizione mentale, essere leggermente defilato rispetto al punto in cui mirano i riflettori mi permette una maggiore libertà di azione di espressione, dimensionare la contemporaneità attraverso questi luoghi e le tracce che lasciano mi dà l'impressione di cogliere l'essenza prima di ogni strumentalizzazione, prima di ogni consacrazione.

Hai vissuto per alcuni anni a Napoli e a questa città hai dedicato la tua mostra al MADRE dando vita ad una serie di arazzi attraverso cinque raggruppamenti da 24'000 immagini prodotte in collaborazione con un gruppo di studenti delle scuole superiori. Quasi li sono i temi affrontati con questo progetto e il ruolo del capoluogo partenopeo?

Questione d'appartenenza è solo l'ultima in ordine cronologico di molte ricerche che ho dedicato a Napoli ed al suo hinterland. Napoli è la mia città, la città che ho scelto per formarmi come essere umano, la città che mi ha fornito le armi per decifrare le dinamiche che incontro in ogni altra parte del mondo, una sorta di luogo d'elezione a cui sono legatissimo. È inoltre una delle pochissime città italiane in cui il centro e la periferia non sono disposte in modo canonico in base alla distanza da un'ipotetico centro pulsante, Napoli conserva delle sacche di resistenza civile nel cuore della città, sacche che la mantengono viva ed eclettica. Per questo progetto ho vissuto un'anno ai quartieri spagnoli, a 100 metri dalla celebre piazza del Plebiscito e a 100 metri da una piazza di spaccio.
Ho cercato così le tracce di questo dinamismo sociale attraverso le architetture, cercando le micro azioni informali svolte dai singoli cittadini sulle facciate dei palazzi storici, inserendomi nella scia di Walter Benjamin che teorizzò per Napoli l'idea della città porosa, un luogo unico in grado di cambiare ed aumentare gli spazi riconvertendo gli anfratti della sua stessa struttura, tradendo e deturpando la sua stessa bellezza, sporcandola di una nuova bellezza più viva ed unica che strafottente ride dei continui rintocchi che ne prevedono la morte.

A seguito della permanenza concordata con il museo Ettore Fico hai presentato la tua personale come un percorso attraverso oggetti, fatti e persone rivolto al cambiamento. Mi puoi parlare di Seconda Chance?
Seconda Chance è una mostra che si muove su diversi registri, il primo che va a parlare di questo momento storico in cui i quartieri funzionali delle città si trovano defraudati delle loro istanze ed obbligati a riconvertirsi nell'era post industriale (il museo stesso insiste in una ex fabbrica), il secondo parla dell'essere umano che nel percorso della sua vita si trova a dover affrontare la necessità di rimodulare il progetto e ridefinire la rotta quindi a doversi confrontare con il tradimento delle sue aspettative per potersi dare una seconda possibilità. Il terzo ed ultimo invece è più personale, da piemontese emigrato a Napoli rappresenta una sorta di ritorno ai luoghi d'origine, ai luoghi da cui sono andato via perché non mi sentivo compreso e che invece ero io a non comprendere, quindi alla mia seconda chance per cercare un punto di comunione.
Si tratta di un progetto cominciato quasi due anni fa in costante dialogo con il direttore del museo Ettore Fico e curatore della mostra Andrea Busto che ha visto un lavoro di ricerca sul quartiere di Barriera di Milano come modello su cui ragionare su questo particolare momento storico che vede i quartieri post industriali a dover ridisegnare il loro tessuto fisico e sociale. Una sorta di romanzo visivo che prova a raccontare il cambiamento nel momento in cui avviene.
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