martedì 4 ottobre 2016

Interview with Enej Gala

Enej Gala è nato a Lubiana in Slovenia, oggi vive e lavora a Venezia. L'artista utilizza come mezzo espressivo la pittura, il disegno e la scultura, tecniche che vengono mescolate per dare vita ai suoi lavori attraverso una lettura ironica e distorta della realtà. La sua ricerca unisce l'antico e il moderno, l'intervento della natura e quello dell'uomo attraverso un processo arcaico da cui nascono le sue opere. Ho conosciuto Enej Gala durante la sua residenza alla Fondazione Bevilaqua La Masa, mi colpirono subito le sue tele e la presenza di sculture ad esse connesse; l'artista nel 2015 ha vinto il premio Stonfly in collaborazione con la Fondazione Veneziana.



Chi è Enej Gala e qualè il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Lo sto ancora scoprendo. Sicuramente l’Atelier F dell’accademia di Venezia ha lasciato su di me un segno profondo. Il continuo confronto con ragazzi di diverse età crea una realtà genuina e proficua in cui crescere. Alla fine il percorso è segnato più dagli incontri che dai passi.

I tuoi lavori spaziano fra pittura e scultura attingendo dalla cultura slovena, terra dove sei nato e cresciuto, dando vita ad opere caratterizzate da un collegamento fra la storia e la contemporaneità, unendo iperrealismo e fantasia. Cosa rappresentano le tue opere e cosa cerchi di trasmettere allo spettatore?
Mi interessava il processo di trasformazione della tradizione in frustrazione che può avvenire naturalmente in ogni cultura. Sono partito dalla cultura slovena semplicemente perché volevo confrontarmi con la tradizione e gli stereotipi delle mie origini. Lavorando sulla narrazione mi è sempre interessata la moltitudine di interpretazioni, che fanno capire l’abisso tra anche solo un’idea e la sua percezione. Ciò mi ha portato ad indagare forme inventate, che  possono assomigliare a cose conosciute, ma in realtà sono sempre rimuginate e digerite attraverso un’ indagine accurata che ne interiorizza i caratteri distintivi.
Le forme che non descrivono qualcosa di specifico, ma potrebbero avere una derivazione naturale. Mi viene in mente una scia lasciata dal racconto, che rimane nella mente, come le cacche degli elefanti dopo che il circo se n’è andato. Mi piace l’atemporalità delle cose, dove il tempo anche se considerato da un punto di vista statico o lineare, non può che essere effimero e oscillante.

Nel 2015 prendi parte ad una residenza presso la Bevilacqua la Masa di Venezia, cos'ha significato per te questa occasione? che opere hai prodotto?
Il periodo di residenza mi ha dato moltissimo. Avendo avuto uno studio grande ho potuto spaziare molto con dimensioni e materiali, senza pormi troppi limiti. È stato un bel periodo, in cui ho prodotto parecchi lavori e mi sono confrontato con varie realtà e artisti che avevano modi e poetiche molto diverse dalla mia. Bisognerebbe rendersi conto che tali opportunità sono rare, e posti come BLM andrebbero difesi e preservati con più cura.

A Milano presso la Fabbrica del Vapore si è tenuta la tua personale "Prefabrik", mi puoi raccontare della mostra e che opere erano esposte?
Questa mostra mi si è presentata come una sorpresa, attraverso il concorso Stonefly. Le opere sono state quasi tutte prodotte nello studio della BLM senza pensare ad un eventuale allestimento e mi è piaciuto poterle esporre così presto, confrontandomi con lo spazio della DOCVA di Viafarini.
Il titolo riprende quello dell’opera vincitrice, un rimando alle strutture prefabbricate presenti nei nostri modi di esistere, intendere e consumare l’ideologie prevalenti.
Sono i sintomi della società descritti da Byung-Chul Han, che mi hanno fatto riflettere sulla misura in cui i nostri passi siano coreografi dalle comodità o abitudini e su quanto queste vengano inflitte attraverso varie forme di convenzioni; calcolate per renderci inoffensivi e non comunicanti.
Delimitano cosi il nostro campo d’azione all’interno di microcosmi autosufficienti, che aumentano la distanza dal sipario. Le opere nella mostra a grandi linee si domandavano questo. Con la loro interazione creavano uno spazio immaginifico, che oltre all’interpretazione di cause ed effetti, suggeriva nuove possibilità d’intendere le relazioni interne al processo della degenerazione umana. Sintetizzando spesso in ironia o sarcasmo l’autosufficienza dei nostri sistemi di comprensione.

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