lunedì 15 novembre 2021

Venice Time Case _ Galleria Tommaso Calabro

La Galleria Tommaso Calabro ospita la prima tappa di Venice Time Case; il progetto ideato da Luca Massimo Barbero che raccoglie cinquanta artisti contemporanei dell'area veneziana, selezionati tra studi condivisi, esperienze collettive ed individuali tra Venezia, Mestre e Marghera. Ogni artista è stato inviato a realizzare un opera, tutte dello stesso formato e sullo stesso supporto, secondo la propria tecnica, visione e sensibilità creando una panoramica sull'area e il ruolo della pittura contemporanea in laguna. 5 valigie contenenti 10 lavori ciascuna verranno esposte in altrettante gallerie e musei prima di essere acquisiti da un museo d'arte contemporanea, la prima tappa a Milano. Di seguito un paio di domande a Luca Massimo Barbero, ideatore e curatore del progetto. 

Come nasce l'idea di Venice Time Case?
Qualche tempo fa, l'anno scorso, in occasione della quadriennale, un mensile mi ha intervistato per chiedermi che cosa desiderassi da parte della critica italiana, di chi analizza i giovani artisti e quale potesse essere un'analisi nuova dell'arte contemporanea in Italia. Risposi semplicemente: da un lato quello di analizzare i giovani in modo un po' meno “trendista” ma soprattutto, il mio desiderio principale, fu quello di chiedere che visitassero nuovi giovani soprattutto critici e curatori - queste categorie che oggi hanno senso un po' lato, un po' generico e un po' già vecchio - che insomma visitassero gli studi degli artisti fra Venezia e la terraferma. Proprio in quel periodo stavo io stesso visitando studi, non tanto per analizzare le opere, ma perché avevo avuto modo di capire che c'erano delle realtà collettive, della realtà nuove, che generalmente si sono formate all'Accademia di Venezia, e che lavoravano anche in spazi nuovi cioè, non solo quelli lagunari, ma anche in quelli a cui tengo molto di Marghera e di Mestre. Quindi, tornato in un qualche modo a pensare, a quale potesse essere un'azione da parte di uno storico dell'arte, un curatore che, non si occupa necessariamente di contemporaneo, il mio desiderio era proprio pensare ad un'azione che potesse essere interessante, che potesse in qualche modo rispondere alla mia risposta e cioè: come far conoscere queste realtà straordinarie che lavorano a Venezia e in Terraferma - in questo luogo piuttosto anfibio - a chi opera nel contemporaneo, fuori della città. Il punto era anche partire da una città che ha una presunzione di essere contemporanea grazie alla Biennale, quando invece non ha, se non appunto quasi clandestinamente, un mondo di contemporaneità. Soprattutto chi vive in queste zone sta attraversando un momento di grande Resistenza rispetto alla produzione culturale in città che è spiazzata, rimossa, io direi quasi cancellata, dall’annoso e ormai troppo dichiarato problema del turismo diserbante. Quindi, l’idea della valigia nasce da questo: chiamare 50 giovani anzi, fatti scegliere da loro stessi nei loro collettivi, nelle loro singolarità, 50 giovani che io non conoscevo se non parzialmente, e far produrre loro un lavoro dello stesso formato: 50 lavori, 5 valigie, ogni valigia contiene 10 lavori.

50 artisti compongono il progetto, tutto provenienti da Venezia e dintorni, che ruolo ha la pittura a Venezia?
A Venezia la pittura ha un ruolo da sempre centrale, in un qualche modo sappiamo che, tradizionalmente, lo si sente ancora sempre, fino alla noia, Firenze è il disegno, Venezia è la pittura per via della luce. Non penso che sia questo il problema, penso che siano proprio le radici della città - non cito Tintoretto e Vedova, anche se questa è una un'immagine piuttosto consueta del secolo passato - ma soprattutto perché la natura proprio fisica della città è di essere una città fatta di luce, di acqua, di atmosfere, di cambiamenti, non è una città disegnata da architetti, non ha vie dritte, è in un qualche modo, una città organica quindi, è la città della pittura anche se la scultura nei secoli è stata ben rappresentata ma oggi è molto difficile trovarla. Quindi, il ruolo della pittura a Venezia è centrale, ma soprattutto è interessante che le nuove generazioni “parlino pittura” unendo tra l'altro proprio anche il tema del racconto, dell'immaginario, di un nuovo modo di creare immagini fatte a mano nel senso proprio uscite dal visionario - campionario visionario - userei come gioco di parole, proprio della loro formazione, è anche un mondo contemporaneo che confessa in qualche modo la temporalità di Venezia: Venezia non ha tempo di Venezia. Dà spazio a delle visioni che non sono datate, non sono databili e anche a delle visioni piuttosto interessanti nella loro varietà. Questo penso sia il punto centrale della mostra, di questo progetto, che è lo stesso formato “come su Instagram”, infatti nasce e parte da Instagram e in un formato identico diventa reale. Quindi, la mostra è anche la grande varietà: non c'è scelta, non c'è critica, non c'è selezione se non quella di chi opera in città, altri sono in giro per il mondo, abbiamo almeno sei o sette tipi di nazionalità diversa. Il luogo, cioè Venezia, è una città nascosta in evidenza o meglio, il contemporaneo è a Venezia nascosto in evidenza, e quindi internazionale. Questo è molto interessante perché, a differenza di molti, il territorio non mi interessa, bensì la sua vitalità e, questa mostra, è in qualche modo nella sua varietà e vitalità lo rappresenta. Dico sempre inoltre che questi dipinti, questi lavori, su tavola, nella tavola in alcuni casi, sono proprio come custoditi da queste valigie che ha creato Apice apposta, sono protetti e allo stesso tempo sono anche imprigionati, in ogni mostra è liberata la potenza di questi quadri.
Come nasce la mostra alla Galleria Tommaso Calabro?
Tommaso Calabro ha una vitalità abbastanza straordinaria che ho avuto modo di conoscere proprio in occasione della mostra dedicata a Iolas inoltre, uno dei pochi, forse l'unico gallerista italiano che si occupa della storia dei propri colleghi, quelli storici, in modo interessante: la mostra su Carlo Cardazzo, la mostra su Iolas e anche una vista piuttosto curiosa, non così consueta, rispetto proprio a un certo tipo di pittura anche dell'immaginario (La galleria era abbastanza straordinaria durante la mostra di Iolas e Vezzoli quindi l'idea proprio di un immaginario diverso). Quindi, la proposta è stata proprio quella di pensare a un luogo non deputato alla contemporaneità così fresca, così giovane, anzi proprio un'altra mossa spiazzante cioè portare questi giovani artisti al cospetto di uno spazio che non ha nulla a che vedere con gli spazi Underground o White Cube o quelli preposti proprio al contemporaneo e soprattutto che si confrontassero con un pubblico diverso da quello che un po' settorialmente guarda solo il contemporaneo. Una sorta di provocazione, promiscuità, attività che come critico non mi sono proposto, ma devo dire che forse proprio per il mio ruolo forse di regista, di narratore è quella dell'agitatore quindi, nessuno deve stare tranquillo in questa mostra e, devo dire, che né artisti né il gallerista sono stati tranquilli anzi, ma anzi interessati all'energia di questa mostra e in più un'altra provocazione: non c'è nulla in vendita! La mostra nasce per dare visibilità ai ragazzi attraverso le gallerie attraverso i musei; questa è una prima tappa. La vitalità e la curiosità di Tommaso Calabro ben servono da catalizzatore differente a questo progetto che una volta ritornato nelle casse a gennaio partirà per Parigi, poi Roma e Berlino, un viaggio che culminerà con l'acquisizione delle valige da parte di un museo d’arte contemporanea.  




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