sabato 18 luglio 2020

Interview with Domenico Antonio Mancini


Domenico Antonio Mancini, classe 1980, è artista italiano il cui lavoro è caratterizzato da una ricerca socio-politica. Le sue opere sono una sintesi in chiave contemporanea della nostra storia attraverso l'unione di due piani differenti. Di seguito l'intervista con l'artista su alcuni dei suoi progetti.

Chi è Domenico Antonio Mancini e qual è il tuo percorso che ti ha portato a diventare artista?
Un giorno un’alunna del liceo in cui facevo una breve supplenza come docente di Storia dell’Arte mi ha chiesto come facessi ad accorgermi sempre di quando guardasse il cellulare e non seguisse la lezione, nonostante i suoi strenui ed elaborati tentativi di celare le sue attività abusive, condi-vise tra l’altro da gran parte dei suoi compagni. La mia risposta fu che ci riuscivo perché in quanto artista avevo essenzialmente imparato ad avere uno sguardo laterale sul mondo, a leggere tra le righe dei fatti, interessarmi a quelli, ed a non accontentarmi di una visione univoca del mondo. A pensarci bene provavo a raccontare a loro, attraversando i secoli di storia dell’arte, che gli artisti non avevano fatto altro che affermare la possibilità di guardare in modo diverso il loro presente e di progettare il loro futuro. Il mio percorso è nato da questa necessità e si è nutrito del piacere di guardare alle forme delle cose così come alle loro relazioni.

La tua ricerca volge lo sguardo alla contemporaneità, agli avvenimenti socio-culturali e politici. Cosa caratterizza la tua ricerca?
La mia ricerca si caratterizza come un tentativo di modellare di volta in volta dei dispositivi critici di lettura del mondo che mi circonda, dispositivi che servono intanto a me come pratica di osserva-zione il cui “utilizzo” spero possa essere condiviso da chi fruisce i miei lavori. Per questo penso di non poter prescindere dagli avvenimenti sociali, culturali e politici in cui sono e siamo immersi. Ma il rapporto che c’è tra cronaca, politica e tanta arte che decide di occuparsi del reale é tanto stretto quanto delicato: il rischio che ha questo tipo di arte di trasformarsi in mera rappresenta-zione di avvenimenti è molto alto. Penso che l’urgenza dell’arte non sia mai quella di informare, bensì quella di creare esperienze delle questioni affrontate. Per far ciò, pur partendo da dati ed informazioni offerte dai singoli campi di studio, raccolti col rigore metodologico di ciascuna disci-plina, bisogna necessariamente astrarsene.



Una parte del tuo lavoro consiste in una ampia serie di armi riprodotte in cartapesta, sulla carta utilizzata è stampato il testo della Costituzione Italiana. Cosa caratterizza questo progetto?
Si tratta di una serie di lavori che analizza lo stretto rapporto esistente tra la lotta di Liberazione contro i nazi-fascisti e la scrittura della Carta Costituzionale italiana, è un ciclo di opere nato in uno dei tanti momenti in cui la politica provava a mettere le mani sul testo redatto dopo la guerra, e che ha trovato un momento di sintesi nella mostra Altre Resistenze, inaugurata nel 2011 negli spazi ipogei della Fondazione Morra Greco di Napoli. Questo corpus di lavori si componeva di al-cune armi utilizzate dai partigiani durante la Resistenza, realizzate in cartapesta con fogli su cui era stampata la Costituzione Italiana. In questo modo mi interrogavo e interrogavo il pubblico sulla stretta relazione causale che legava i valori che avevano ispirato le azioni partigiane e la Costitu-zione e su come questa fosse poi diventata - e rimanga ancora oggi - uno strumento di Resistenza civile e rivendicazione della Libertà. Le opere in mostra presso la Fondazione napoletana in parti-colare prendevano le mosse dalle ricerche realizzate da un gruppo di storici sulle vicende occorse nella periferia orientale della città e sono un ottimo esempio di come intendo il rapporto tra arte e vicenda storica, piuttosto che cronaca. I lavori infatti, per assurgere ad “opera”, a dispositivi critici, devono necessariamente allontanarsi dagli ambiti da cui prendono spunto ed astrarsi dalla narra-zione storica degli eventi. Devono quindi assumersi il compito di farsi esperienza diventando un percorso metastorico sul senso della questione affrontata, discostandosi da una funzione mera-mente informativa ed attivando l’esperienza estetica in cui risiede la natura dell’arte.

Landscape è un ciclo recente di tuoi lavori, mi puoi raccontare in cosa consistono e come nascono? e come scegli i luoghi?
Landscape è il titolo comune a una serie di dipinti ad olio di vario formato, delle grandi campiture bianche su cui sono segnati degli URL che rimandano a luoghi di Google Street View. Questo ciclo di lavori racconta di come forse il senso del paesaggismo ottocentesco, come strumento di rileva-zione del reale e di rivelazione di mondi e di luoghi che se non nelle visite ai musei sarebbero stati difficilmente praticabili, sia oggi rintracciabile nei viaggi virtuali delle immagini navigabili di Google. Nella stringa alfanumerica dipinta nei quadri, infatti, c’è tutto il processo di costruzione dell’imma-gine, rappresentata dalle istruzioni di cui la stringa stessa è composta. In genere i luoghi scelti dall’infinita libreria di immagini di Street View sono legati alla specificità dell’occasione espositiva. La mostra napoletana presso la Galleria Rumma, per esempio, nasceva in parte da un dato auto-biografico, da alcuni luoghi della periferia in cui sono cresciuto e dall’altro dal peso che la pratica del paesaggio ha avuto da sempre nella città di Napoli. Alla fine dell’Ottocento proprio a Napoli il paesaggio comincia ad essere argomento stesso soggetto privilegiato della pittura inserendosi nel più vasto movimento artistico legato al romanticismo: lo testimonia la nascita della scuola di Posil-lipo, tra i cui ispiratori c’era quell’Anton Sminck van Pitloo, vincitore della cattedra di paesaggio nell’Accademia di Belle Arti cittadina, tra le prime ad essere istituite in Italia. La mostra che si apriva proprio con un dipinto di Pitloo, che tanta novità aveva portato nel modo di intendere il paesaggio, era scandita inizialmente dai luoghi della periferia napoletana, per diventare, nel susse-guirsi delle sale, l’occasione per analizzare il concetto stesso di periferia, declinata in dipinti che rappresentavano casi importanti di altre città italiane.

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