mercoledì 8 aprile 2020

Interview with Luca Trevisani

Luca Trevisani, classe 1979, è artista visivo italiano i cui lavori spaziano nell'utilizzo di differenti media espressivi. Di seguito l'intervista con Luca che introduce se attraverso un testo/collage di quello che vorrebbe essere.


Chi è Luca Trevisani e qual'è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Luca Trevisani è un artista la cui pratica multidisciplinare è stata esposta a livello internazionale in musei e istituzioni. Trevisani ha pubblicato diversi libri tra cui : The effort took ist tools (Argobooks 2008), Luca Trevisani (Silvana Editoriale 2009), The art of Folding for young and old (Cura Books 2012), Water Ikebana (Humboldt Books, 2014), Grand Hotel et des Palmes ( Nero, 2015), Via Roma 398. Palermo, (Humboldt Books, 2018). La sua ricerca spazia fra la scultura e il video, e attraversa discipline di confine come le arti performative e quelle grafiche, l’architettura e il design, il cinema di ricerca o l’architettura, in una perpetua condizione magnetica e mutante. Nelle sue opere le caratteristiche storiche della scultura sono interrogate se non addirittura sovvertite, in un’incessante indagine sulla materia e sulle narrazioni. La traiettoria della ricerca di Trevisani è quella di un esploratore; un libero pensatore che studia con curiosità –ma anche con distacco- le più diverse ed eclettiche forme del linguaggio plastico, agendole dall'interno pur senza mai ambire a possederle definitivamente, ma piuttosto cercando di svelarne -e se possibile modificarne- la loro microfisica. Conservando sopra ogni altra quell'assoluta passione per l’utilità pratica e sociale del proprio lavoro e per le grandi questioni che esso coltiva, che costituisce forse la vera cifra di chi pratica con autorevolezza la ricerca artistica.
Questo è un buon collage di cosa vorrei essere. Cosa sono, lo dovete dire voi, io mica sono capace. Sono diventato artista quando ho smesso di fare altre cose, e mi sono messo con le spalle al muro, in un vicolo cieco, senza possibili via di fuga, tutte le fiches su un numero secco, e via. Ma forse no, forse non è così, forse sono iniziato ad essere un artista quando da bambino per festeggiare l’arrivo di nonna Sara che passava qualche giorno a casa nostra, le preparavo dei saponi. Mescolavo ogni possibile detergente in pozioni allergeniche e assassine, e la obbligavo a usarle dimostrandole il mio affetto contro ogni benessere e ragionevolezza. All’inizio mi bastava darle i flaconi e confidare in lei, ma poi infingardo entravo in bagno e la obbligavo a rovinarsi la pelle con quei preparati di vero amore tossico. Estroso e testardo, distaccato ma emotivo, genuino e curioso, sicuro di sé fino al diasastro, c’era già tutto ….

Il tuo lavoro è caratterizzato dalla documentazione di un momento, di un segno che viene bloccato e acquista presenza attraverso l'utilizzo di differenti media espressivi. Mi racconti cosa caratterizza la tua ricerca?
Non direi che si tratta della documentazione del momento, ma della sua creazione. Credo nella curiosità, nella fame di mondo, e nel potere dei sensi per capire chi cosa siamo e cosa poi farne di quel che siamo. Ecco che allora si tratta di creare e costruire momenti in cui le cose si possano capire meglio, caricare una situazione, e berne il succo. È un momento, come dici bene, perché l’unico modo per rendere questa energia è far si che si consumi, un po’ come nella ruota della vita. Le cose sono in un flusso, magari non sempre effimere ma sempre in divenire, e allora mi interessa allestire attimi carichi di senso. Lo faccio con la scultura per parlare al nostro corpo, lo faccio con i film per dialogare in il flusso delle cose, lo faccio con la tecnologia perché noi siamo un animale tecnologico, e solo ri-scivendo la tecnologia ne scopriamo la grazia e i contenuti latenti. La tecnologia non è solo il computer con cui scrivo, ma è anche la panificazione, è la cucina in cui friggo le sculture ed è l’elio con cui le faccio volare, la cianotipia virata con cui stampavo le immagini delle grotte dell’Addaura, e la battaglia dei droni che feci in Glaucocamaleo quasi sette anni fa.



Mi parli del progetto Raymond, Grand Hotel et Des Palmes, Palermo, e Via Roma 398. Palermo, il tuo lavoro che è diventato un libro. Cosa lo caratterizza e com'è nato?
Raymond è stato un festival sotterraneo a ritmo lento, una specie di psico-mostra tanto ambiziosa quanto generosa. Tanti anni fa i miei genitori avevano in auto una medaglietta di San Cristoforo, il patrono degli automobilisti, secondo me ogni artista dovrebbe avere una foto di Raymond Roussel da qualche parte. Il poeta inventore della scrittura onirica, scialacquatore di un patrimonio immenso sull’altare del successo che mai arrivò nella forma sperata, e della cieca sorda ambizione. Roussel morì al Grand Hotel et Des Palmes a Palermo, e io ho voluto omaggiarlo invitando artisti e pensatori a visitarlo la dove mori, e con il loro aiuto ho realizzato una mostra impossibile, visibile solo da chi viveva l’hotel. Per diversi mesi opere situazioni happening suoni e video si srotolavano inaspettati, senza una trama del tutto esplicita, chi le trovava se le godeva, ma è accaduto che accadessero senza pubblico: in molte stanze erano allestite opere di artisti, anche rare o inedite, ma solo chi aveva prenotato quella stanza poteva vederle. Certo poi le voci giravano, un foglio di sala distribuiva indizi, e poco a poco i collezionisti più indomiti iniziavano a bussare alle porte molestando la quiete dell’albergo, generando piccoli incidenti diplomatici… come quella volta che su trip advisor un ospite si lamentava delle atmosfere licenziose dell’hotel postando una foto di una scultura di Bojan Sarcevic, che ritraeva un pene moscio che dormicchiava in un posacenere, corredato da sigarette spente finte ma verissime. Insomma, una macchina automatica per sfidare le inesorabili leggi del turismo, le regole d’ingaggio tra opera e pubblico, mettere in discussione i ruoli, e ridere molto sotto i baffi (di Raymond). I libri sono discepoli fedelissimi, custodiscono le scoperte e le diffondono nello spazio e nel tempo, per questo volevo che un’avventura fuori formato come Raymond avesse uno sviluppo editoriale, era logico e doveroso partire dal libro che Sciascia dedicò all’affaire Roussel, ne abbiamo acquisito i diritti e realizzato al prima traduzione inglese , e da li Via roma ha preso vita, come un libro di viaggio, una guida turistica ermetica.

38° 11′ 13.32″ N 13° 21′ 4.44″ e 38° 11' 13.32" N 13° 21' 4.44" E 43° 03' 23.9" N 12° 35' 19.2” E, sono due tuoi progetti, trovo la struttura simile fra loro, cosa raccontano?
La grotta dell’Addaura è un luogo magico. Si trova a Palermo, e custodisce graffiti antichissimi, forse una delle prime raffigurazioni della danza, di una danza di un gruppo di uomini e bestie che li guardano o che stanno con loro. L’uomo dell’antropocene inizia con l’agricoltura, con quella frattura, e io in quelle immagini vedo un mondo magico misterioso ma pieno di insegnamenti. La grotta è chiusa al pubblico, il suo tesoro tristemente segreto, ho realizzato un film per raccontarlo. Ecco, a dire il vero più che un film è un ambiente video, è molto complesso, sono immagini unite a un sistema audio multicanale avvolgente, come per ricostruire quella cattedrale che di certo la caverna era per chi la dipinse. 38° 11' 13.32" N 13° 21' 4.44" E 43° 03' 23.9" N 12° 35' 19.2” E è il titolo della mostra che ho realizzato da Pinksummer a Genova, dedicata alla grotta. C’era un suono, delle sculture, e più di venti scansioni digitali delle immagini sono state stampate su carta con procedimenti fotografici archeologici e rudimentali, ho ricostruito queste immagini con un negativo a dimensioni naturali, stampando a contatto ciangrafie poi virate con te, caffè, urina, vino… e il sole. La sola energia che di certo abbiamo in comune con i nostri antichi maestri.

Occhi Freddi, serie fotografica ma anche edizione in 365 copie è l'ultimo progetto su cui hai lavorato in ordine cronologico. Mi racconti come nasce il progetto e come prende forma l'idea di passare dagli scatti in grandi dimensioni dell'edizione in piccolo formato?
L’idea è molto semplice, stampare immagini scattate con l’iphone in camera oscura. Bloccare la fragile natura del mondo digitale nel vecchio mondo analogico, unire i pixel ai sali d’argento, e costruire un ibrido cartaceo. Nel mio lavoro l’aspetto ludico e la scoperta sono sempre importanti: è stato il frutto del dire, chissà cosa succede se trattiamo uno schermo del telefonino come un’immagine… lo facciamo davvero tutti i giorni, vediamo se è così, chiediamo alla camera oscura di darci al sua opinione. Occhi freddi è una serie di sculture fotografiche, una serie di immagini che continuerà nel tempo, ma è anche l’invenzione di una tecnica, L’edizione in 365 che ho realizzato è un modo per festeggiarla, e per brevettarla poeticamente, ma anche a suo modo un libro di istruzioni. Provo a spiegarmi: quasi ogni mio lavoro è la proposta di un metodo con cui mordere la vita, le cose trovate, la cultura ereditata; mi piace pensare che ognuno possa rifare una mia opera, non nel senso di rifarne la forma, o di copiarne il risultato, ma di impossessarsi del metodo, dell’atteggiamento, e usarlo come leva per aprire uno spiffero nel quotidiano, smuovere la terra, seminare.


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