venerdì 3 maggio 2019

Interview with Emanuele Giuffrida

Emanuele Giuffrida, classe 1982, è artista italiano. La rappresentazione della realtà creduta, soffermandosi su luoghi spesso di passaggio o secondari dandovi una presenza contraddistinta da una nota di disagio. Le tele dalle grandi dimensioni immergono lo spettatore all'interno della narrazione della scena. Di seguito un intervista con l'artista.

Chi è Emanuele Giuffrida e qual 'è il percorso che ti ha portato a diventare artista?
Sono originario di un paese (Gela) nella provincia di Caltanissetta, in Sicilia. Già sin da bambino manifestavo delle capacità nel disegno fuori dal comune. Da sempre ho coltivato questa passione, per me spontanea e naturale. Man mano che crescevo consideravo la pratica pittorica sempre più seriamente in rapporto alla mia età, sino alla scelta dopo gli studi tecnici, di frequentare l’accademia di belle arti. Anzi, a dirla tutta, negli ultimi anni delle superiori non sopportavo più il peso di quella scelta allora quasi obbligata e considerai il diploma soltanto come un lascia passare per i desiderati studi artistici universitari. Durante gli anni in accademia frequentavo le mostre che si tenevano nelle gallerie della città a Palermo, e nel frattempo conoscevo anche un  mio compaesano e artista allora già affermato, Giovanni Iudice, col quale si instauro un rapporto di solida amicizia. Il suo esempio non ha che consolidato in me quel desiderio astratto e coltivato negli anni, disegno dopo disegno, dipinto dopo dipinto, come una vocazione; di poter vivere di quella pratica e quindi diventare un artista di professione!

Il tuo lavoro è caratterizzato dalla raffigurazione di luoghi "alienanti di squallore" che raffiguri dandovi dignità e fisicità, nonostante spesso siano dimenticati. Cosa caratterizza questa tua ricerca artistica?
Credo che all’origine della mia ricerca ci siano sia un fatto di indole e sia le mie origini. L’uno non saprei spiegarlo, il perché dell’attitudine ad osservare certi luoghi in modo diverso, ad esserne attratto  e il desiderio di volerli dipingerle. L’altro, credo sia dovuto al fatto che quando cresci in certi posti come lo era il mio paese negli anni 80-90, dove problemi con la fornitura idrica, il deturpamento  urbano e paesaggistico, i rifiuti, l’abusivismo e  le scuole elementari  “vecchie” del centro storico erano pura normalità, è come se sviluppassi una certa … non direi rassegnazione, ma piuttosto una tolleranza visiva!   

Utilizzi tele di grandi dimensioni, com'è il tuo rapporto con essa e come ti relazioni? i dettagli diventano rilevanti, come ti soffermi su di essi?
Cominciai a utilizzare il grande formato qualche anno fa. Questo perché mi rendevo conto che alcuni dipinti realizzati in formato più contenuto, non mi soddisfacevano. Avevo la sensazione come di aver “sprecato” l’immagine. Questo perché (lo capii poco dopo) i soggetti che dipingevo avevano, (hanno!) in sé una natura scenografica. Questo li rende molto idonei al grande formato il quale meglio li esprime e contribuisce ad ottenere  quel coinvolgimento che ha lo spettatore intento ad osservarli. L’approccio alle grandi tele diventa anche più “fisico” e stimola il gesto. Mi sento molto più immerso durante la realizzazione. I dettagli per me sono molto importanti, sopratutto  perché il modo come li affronti danno poi identità all’intera opera. Cerco di esaltare il mezzo che utilizzo. Il modo come dipingo vale quanto(se non di più) cosa dipingo. In tal senso la funzione del dettaglio che ti induce allo sguardo ravvicinato, e poi il riallontanarsi per rendersi conto dell’insieme, è una dinamica che mi auspico sempre verso chi si trova di fronte a un mio dipinto.

Come scegli i soggetti, ovvero i luoghi delle tue tele? c'è un rapporto con essi?
Ovviamente si! La mia ricerca si protrae sempre  attraverso  opere  riconducibili a un presente e a memorie del mio vissuto, come un’indagine del mio background. Già  a partire dal 2007 infatti, con i primi interni, mi concentrai sulla rappresentazione delle mie abitazioni e di quelle comuni agli studenti fuorisede come me. “Metabolizzandoli” attraverso la pittura, ne tentavo una sorta di accettazione di quella condizione ai nostri danni speculatoria, cinica e ingiusta. Anche per questo che  nelle mie opere l’idealizzazione viene totalmente sopraffatta dalla rassegnazione al reale. Ho perseguito a lungo la rappresentazione dell’interno perché per me era diventato metafora della condizione umana: la parvenza, l’insuccesso, il dolore, la morte.

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