Chi é Simona Andrioletti e qual’è il percorso che ti ha presto a diventare artista?
Simona Andrioletti è un’artista visiva. Mi sono formata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e successivamente all’École des Beaux-Arts di Lione. Da dieci anni vivo a Monaco di Baviera, dove mi sono trasferita per studiare all’Akademie der Bildenden Künste e dove ho frequentato le classi di Gregor Schneider e Olaf Nicolai; esperienza che ha influenzato su diversi livelli la mia pratica artistica. La mia ricerca si fonda su un approccio research-based. Attraverso installazioni immersive esploro le dinamiche legate alla violenza sistemica e i meccanismi di difesa psicologica che le persone mettono in atto in seguito a eventi traumatici della loro vita con un’attenzione costante alle minoranze e alle forme di solidarietà attraverso cui le comunità costruiscono reti resilienti. La mia ricerca si concentra in particolare sulla violenza di genere da una prospettiva intersezionale, considerando l’intreccio di identità multiple e i bias strutturali che colpiscono in modo specifico le soggettività marginalizzate, soprattutto all’interno della comunità FLINTA*. Mi interessa aprire il mio lavoro a pratiche collaborative e partecipative, perché desidero che il progetto/l’opera non si limiti alla sola rappresentazione, ma diventi un’esperienza situata capace di costruire comunità, attivare processi trasformativi e generare spazi di possibilità condivisi.
Le parole rappresentano il fulcro della tua ricerca; un azione semplice che prende forma attraverso forme tangibili come culture e installazioni. Come nasce la tua pratica e cosa caratterizza la tua ricerca?
Negli ultimi anni il testo ha assunto un ruolo sempre più centrale nelle mia pratica artistica, articolandosi in forme sempre più diverse e progressivamente più stratificate. Nell’installazione immersiva Sorry Mom per esempio – in cui la spettatrice o lo spettatore entra in uno spazio pervaso da una luce blu, in cui respira un’essenza di rose, ascolta un soundscape e può vedere una opera video sdraiato su un grande “materasso" – le parole si dispiegano sul pavimento in una spirale. Per leggerle, il pubblico è costretto a percorrerla, trasformandosi inconsapevolmente in performer. Il testo intreccia frasi pronunciate da una possibile vittima con quelle di un’/un aggressore, rendendo difficile distinguere chi stia parlando. Mi interessava che la spettatrice o lo spettatore venisse trascinato in una spirale di confusione non solo mentale ma anche fisica, trovandosi letteralmente a “circling around thoughts”. Per seguire il testo, infatti, le visitatrici e i visitatori avanzano lungo una traiettoria sempre più stretta: il movimento appare quasi coreografato, come se fosse stato provato, ma nasce spontaneamente dalla semplice necessità di leggere. Rendere l’installazione un’esperienza fisica è una costante della mia pratica artistica, mi interessa che il pubblico si trovi immerso in una condizione concreta e, che il suo corpo e la sua esperienza, diventino parte integrante del processo dell’opera.
Anche in una delle mie ultime opere, If you feel me, I am you (Cage), attualmente in mostra presso Ribot Gallery a Milano, le parole sono protagoniste e il coinvolgimento del pubblico è diretto. Per accedere alla stanza al piano seminterrato, il pubblico è costretto a entrare in una gabbia le cui sbarre sono composte da frasi. Le opere alle pareti possono essere osservate solo attraverso queste sbarre: parole che si ergono nella mente, costruendo idealmente gabbie interiori che condizionano il nostro essere.In altri casi ancore invece le parole sono diventate canzoni. Mi riferisco per esempio a Running, scritto a quattro mani con la rapper Gundalein e parte dell’opera video A Litany for Survival prodotta nel 2025 per una mostra personale alla Kunsthalle di Mannheim.
Anche in una delle mie ultime opere, If you feel me, I am you (Cage), attualmente in mostra presso Ribot Gallery a Milano, le parole sono protagoniste e il coinvolgimento del pubblico è diretto. Per accedere alla stanza al piano seminterrato, il pubblico è costretto a entrare in una gabbia le cui sbarre sono composte da frasi. Le opere alle pareti possono essere osservate solo attraverso queste sbarre: parole che si ergono nella mente, costruendo idealmente gabbie interiori che condizionano il nostro essere.In altri casi ancore invece le parole sono diventate canzoni. Mi riferisco per esempio a Running, scritto a quattro mani con la rapper Gundalein e parte dell’opera video A Litany for Survival prodotta nel 2025 per una mostra personale alla Kunsthalle di Mannheim.
Utilizzi spesso la scrittura e il suono. In lavori come A Litany for Survival, come cambia la funzione della parola quando viene estrapolata dalla pagina e portata nello spazio espositivo? Come prende forma la video installazione?
Nella mia pratica artistica la parola quando viene, come dici tu, estrapolata dalla pagina e portata nello spazio espositivo, perde la sua dimensione esclusivamente semantica e diventa, come spiegato precedentemente, esperienza fisica e collettiva. In A Litany for Survival i brani dell’album Canti delle donne in lotta, nati nel 1975 all’interno del movimento femminista romano, vengono riattivati attraverso le voci di cinque cantautricə FLINTA — Mavi Phoenix, Lucrezia, Fitza, Gündalein e Francamente — che li reinterpretano da prospettive femministe e queer contemporanee. La parola cantata diventa atto vivo, politico, situato nel presente. La funzione della parola cambia anche in relazione ai luoghi in cui risuona. Le varie parti del video sono infatti girate davanti o all’interno di architetture monumentali dell’epoca fascista — all’Olympiastadion e l’Olympia-Schwimmstadion a Berlino, allo Stadio dei Marmi e alla Piscina dei Mosaici a Roma e all’Haus der Kunst di Monaco di Baviera — spazi concepiti per celebrare l’ideale dell’uomo atletico e virile, il corpo come propaganda e strumento di supremazia. In questi contesti, la voce agisce come forza di frizione incrinando la retorica originaria dell’architettura e attraversandola con corpi e soggettività che storicamente ne erano escluse. La parola non descrive soltanto una resistenza, ma la mette in atto, trasformando lo spazio in un luogo di empowerment e visibilità. La video installazione prende forma come un dispositivo immersivo in cui suono, immagine e architettura dialogano. Le prime performance sono caratterizzate da un’intimità quasi solenne, ogni cantautrice infatti è sola, in confronto diretto con la monumentalità dello spazio. Nell’ultimo brano, Running entrano in scena quattro dancers e la dimensione individuale si apre a quella collettiva. I loro corpi, che si muovono all’unisono tra le colonne della Haus der Kunst, si trasformano in cariatidi contemporanee. La coreografia, ispirata anche a gesti di autodifesa, traduce la parola in movimento e rende visibile una resistenza condivisa..
In Defence Gate le parole diventano scultura, mentre in Sorry Mom diventano indossabili; cosa caratterizza i due progetti e come prende forma la tua ricerca in media differenti?
Sì, in Defence Gate come in If you feel me, I am you (Cage) di cui ho parlato prima, le parole si trasformano in scultura, come si evince dal titolo in una diventano le sbarre di un cancello, mentre nell’altra di una gabbia. Il testo si solidifica e occupa lo spazio come presenza scultorea, rendendo tangibile l’idea stessa di difesa. Entrambi i progetti si inscrivono in una stessa ricerca, che prende avvio con l’opera video del 2020 Defence. What do you do with your anger? in cui esploro i meccanismi di difesa psicologica che le persone mettono in atto dopo esperienze traumatiche, ma anche il modo in cui osserviamo — o evitiamo di osservare — il dolore altrui. Mi interessa interrogare il significato e la necessità stessa della difesa Do we need defence?
Sorry Mom, invece, è un progetto processuale che ha avuto diversi esiti. Il primo è stato l’installazione che ho descritto prima e che verrà presentata a Malta il prossimo mese nella mostra collettiva A few rules for predicting the future curata da Maren Richter, mentre “il Sorry Mom” a cui fai riferimento nasce da un workshop con adolescenti, durante il quale abbiamo lavorato su testi legati al rapporto con la figura materna. Le frasi emerse da questo confronto sono poi state applicate sugli abiti indossati dalle e dai partecipanti della performance e stampate su poster che si trovavano in tutto lo spazio espositivo. I workshop diventano per me un modo per generare spazi di confronto autentico per dar vita a momenti reali di esperienza condivisa che sono preparatori all’opera finale. L’installazione o la performance diventano così il luogo in cui quell’energia relazionale si condensa e prende forma, rendendo visibile un processo prima di tutto umano e collettivo.






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