Simona Andrioletti, classe 1990, è un’artista visiva che intreccia parola, corpo e spazio in installazioni immersive capaci di attivare esperienze collettive e processi trasformativi. Attraverso una pratica research-based, indaga la violenza sistemica e di genere da una prospettiva intersezionale, costruendo dispositivi in cui il pubblico diventa parte integrante dell’opera e della sua tensione politica e poetica. Di seguito l'intervista con l'artista.
Chi é Simona Andrioletti e qual’è il percorso che ti ha presto a diventare artista?Simona Andrioletti è un’artista visiva. Mi sono formata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e successivamente all’École des Beaux-Arts di Lione. Da dieci anni vivo a Monaco di Baviera, dove mi sono trasferita per studiare all’Akademie der Bildenden Künste e dove ho frequentato le classi di Gregor Schneider e Olaf Nicolai; esperienza che ha influenzato su diversi livelli la mia pratica artistica. La mia ricerca si fonda su un approccio research-based. Attraverso installazioni immersive esploro le dinamiche legate alla violenza sistemica e i meccanismi di difesa psicologica che le persone mettono in atto in seguito a eventi traumatici della loro vita con un’attenzione costante alle minoranze e alle forme di solidarietà attraverso cui le comunità costruiscono reti resilienti. La mia ricerca si concentra in particolare sulla violenza di genere da una prospettiva intersezionale, considerando l’intreccio di identità multiple e i bias strutturali che colpiscono in modo specifico le soggettività marginalizzate, soprattutto all’interno della comunità FLINTA*. Mi interessa aprire il mio lavoro a pratiche collaborative e partecipative, perché desidero che il progetto/l’opera non si limiti alla sola rappresentazione, ma diventi un’esperienza situata capace di costruire comunità, attivare processi trasformativi e generare spazi di possibilità condivisi.